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Descrizione

 3. Doppiaggio e "mediazione culturale".

 
 
       Alle voci di Sordi e Zambuto seguirono, tra gli altri, quelle di Carlo Croccolo, Fiorenzo Fiorentini, Elio Pandolfi, Enzo Garinei, Giorgio Ariani: i film di Stanlio e Ollio sono infatti quelli che nel tempo hanno subito più rivisitazioni e sono stati sottoposti al maggior numero di ridoppiaggi, per via dell’usura delle colonne italiane d’epoca, o peggio, della loro perdita totale, o anche per dotare di un adattamento dei dialoghi più fedele all’originale quelle comiche brevi che erano state doppiate in passato appositamente per le antologie, modificando dove necessario i dialoghi per creare una “falsa continuità” tra un episodio e l’altro della stessa compilation, che in origine non avevano alcun rapporto tra loro.
Quella dei doppiatori italiani che si sono alternati a tradurre Stanlio e Ollio è stata una vera e propria opera di “mediazione culturale” tra linguaggi ed espressività da noi distanti e il nostro pubblico nazionale, e, contemporaneamente, uno degli esempi più significativi del fenomeno per cui le voci doppiate possono divenire parte integrante di un’altra cultura, richiamando allusioni, scherzi e battute “in codice” (comprensibili cioè solo a gruppi sociali dal sentire comune), proprio come avviene con le voci originali nella cultura indigena, di appartenenza.
I doppiatori di Stanlio e Ollio spesso inventavano le gag in sede di doppiaggio, improvvisavano battute per strappare le risate del pubblico con riferimenti a situazioni italiane d’attualità, spesso cambiando completamente copioni sciatti o miseri, e per far coincidere il parlato con i movimenti delle labbra degli attori, quando costoro erano bene in vista, inserivano sovente nei film e nelle comiche adattamenti e localizzazioni più vicine alla cultura del pubblico. In altri termini, a volte, in sede di adattamento, cioè durante quella operazione intermedia fra la traduzione e il doppiaggio propriamente detto, sostituivano nel parlato elementi culturali, che si supponeva mancassero allo spettatore italiano, con altri ritenuti più familiari.  
Non è un caso se nell’edizione italiana del 1937 di Way Out West, il cui titolo italiano suona «I fanciulli del West», Cassola e Canali sostituiscono, nel dialogo tra Laurel e Hardy nel saloon, l’affare della vendita del ponte di Brooklyn di New York con quello del Colosseo di Roma, o attribuiscono a Stanlio la passione tutta italiana per gli spaghetti alle vongole, in luogo dei tradizionali fisch and chips inglesi.
 
 
 
        E ciò è avvenuto anche in tempi più recenti: in Zenobia, nella riedizione del 1967 intitolata “Ollio sposo mattacchione”, con dialoghi italiani a cura di Carlo Croccolo, Oliver Hardy in veste di medico, dopo aver tamburellato sul torace del pachiderma Gelsomina, esclama: “Ricorda proprio il tamburo della banda d’Affori!”, tradendo un riferimento alla canzone dialettale milanese omonima, “Il tamburo della banda d’Affori”, appunto, del 1942, di cui era rimasto celebre il ritornello largamente diffusosi nel territorio peninsulare. E gli esempi potrebbero continuare.