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15 maggio 2017

Casoli (CH): il campo di concentramento fascista e il suo archivio on line

Il dato storico dell’esistenza, nell’Italia fascista, di numerosi campi di concentramento per internati civili è stato per lungo tempo sostanzialmente estraneo alla memoria storica degli italiani, forse in virtù del vecchio e radicato stereotipo della bontà italiana. Nei fatti, dal giugno del 1940, l’internamento, di competenza del Ministero dell’interno fino all’8 settembre del 1943, divenne uno strumento persecutorio contro i cittadini tanto italiani quanto stranieri, considerati, a vario titolo, pericolosi per il regime e per la sicurezza nazionale del Regno.

Inoltre, l’annessione all’Italia di vasti  territori iugoslavi (Lubiana, Spalato, Cattaro) nel 1941, in aggiunta alle terre già italiane di Gorizia, Trieste, Fiume, Pola e Zara, concorse ad un vertiginoso aumento del numero di cittadini italiani internati per ragioni di pubblica sicurezza. I campi di concentramento italiani, pur non assomigliando ai Lager tedeschi, talora annoverarono un tasso di mortalità per fame e stenti addirittura maggiore di quello dei Lager nazisti non di sterminio, tra le migliaia e migliaia di cittadini del territorio corrispondente all'attuale ex Jugoslavia e dei cittadini italiani appartenenti alle minoranze slovena e croata della Venezia-Giulia. Quanto agli ebrei, va notato che le leggi razziali del 1938, e quelle che vennero varate in seguito, non recavano un diretto riferimento alla pratica di internamento degli ebrei italiani, internati soltanto se militanti nei partiti antifascisti o ritenuti pericolosi per ragioni socio-politiche. La situazione precipitò dal giugno del  1940, quando, con l’avvio dell’antisemitismo di Stato, si cominciò a considerare tutti gli ebrei come “ufficialmente pericolosi”  e la questione razziale degli ebrei italiani si sovrappose col problema dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale, fino a confondersi con esso.
 
L’organizzazione dei campi era già stata definita da una nota del Ministero della guerra dell’8 maggio 1936, riguardante “i campi di concentramento per elementi pericolosi e sospetti sotto il punto di vista militare e politico”. Sulla base di tali direttive, le località da adibirsi ai campi per internare i politici già confinati, i politici da fermare e le spie accertate, dovevano essere situate preferibilmente nelle province di Perugia, Macerata, Ascoli Piceno, Aquila e Avellino; il numero di campi doveva essere limitato, almeno inizialmente, ad un massimo di tre per provincia; e gli internati per ciascun campo non dovevano superare la cifra complessiva di  1.000-1.500 unità.  I campi di concentramento italiani dovevano essere localizzati sulla terraferma o nelle piccole isole, già ex colonie di confino politico, come Lipari o Ponza, ed i luoghi di internamento, tanto i campi quanto i piccoli paesi, non potevano trovarsi in prossimità delle grandi città o delle zone di importanza militare. Conseguentemente, l’Italia settentrionale e le Isole maggiori restarono per lo più interdette ai campi istituiti nel 1940, la maggior parte dei quali andò a localizzarsi nelle regioni centro-meridionali.
 
Sono in pochi a sapere che dal 1940 al 1944 la terra d’Abruzzo, per via della sua favorevole posizione geografica, la sua struttura orografica, la sua bassa densità abitativa, è stata considerata un territorio eccezionalmente adatto alla concentrazione di masse di civili a cui erano applicate le norme legislative di guerra e di pubblica sicurezza. E ciò, pur essendo l’Abruzzo una periferia del regime, l’ha portato, seppure in misura minore rispetto ad altre località italiane tristemente note, come Fossoli o la risiera di San Sabba,  ad assumere un ruolo non del tutto secondario nell’ambito della Shoah, con i suoi 15 campi di concentramento e le ben 59 località d’internamento. In particolare, il territorio della provincia di Chieti ospitò sei campi di concentramento (Chieti, Casoli, Lama dei Peligni, Lanciano, Tollo e Vasto) e venti località di internamento di ebrei  italiani e stranieri, slavi, greci, oppositori politici. Per alcuni internati furono la “penultima tappa” verso i campi di sterminio dell’Europa orientale. Uno studio del fenomeno dell’internamento civile nell’Abruzzo fascista nel corso della guerra, condotto su scala locale da Giuseppe Lorentini, lettore d’italiano all’Università tedesca di Bielefeld, ha portato lo scorso 27 gennaio, in occasione della Giornata della memoria, alla nascita di un centro di documentazione presso l’ex-municipio di Casoli, comune montano di 5.000 anime affacciato sulla Val di Sangro-Aventino, ove furono internate dal fascismo in tutto 218 persone, 10 delle quali subirono la deportazione e la morte ad Auschwitz.
 
Giuseppe Lorentini ha predisposto un sito web, in cui sono presentati i documenti dell’ archivio comunale del paese, riguardanti i 108 ebrei stranieri, più numerosi antifascisti, sottratti alle proprie famiglie ed internati in parte nel vecchio municipio casolano ed in parte nella dependance di Palazzo Tilli. Almeno in fase iniziale, il Ministero evitò di fare ricorso all’istituzione ex novo dei campi, preferendo ricorrere a strutture preesistenti che potessero essere riconvertite in località di internamento. Per lo più si trattava di strutture isolate, quali conventi, monasteri, ville di campagna abbandonate, oppure edifici inseriti nel contesto cittadino, come abitazioni private, ex fabbriche, ospizi, alberghi.
 
Abbiamo intervistato Lorentini per il «Mondo degli archivi», facendoci illustrare il suo  progetto di documentazione on line sulla storia del campo di concentramento di Casoli (1940-1944), per la realizzazione del quale lo studioso si è avvalso, tra l’altro, della consulenza dell’Archivio di Stato di Chieti, nella persona del  direttore Antonello De Bernardinis.
 
 
 
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Fonte

istituto centrale per gli archivi - icar

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